Il sangue versato dall’odio interreligioso non accenna a placarsi, anzi, nel marzo appena trascorso è cresciuto di intensità. Le tensioni, soprattutto tra cristiani e musulmani, mietono vittime in molti paesi del mondo, dall’India alla Nigeria, dallo Sri Lanka all’Iraq, dal Sud Sudan all’Afghanistan, ma nell’ultimo mese sono Egitto e Pakistan ad esser diventati teatro delle maggiori violenze.
L’efferato omicidio del Ministro per le Minoranze pakistano Shahbaz Bhatti, ucciso con trenta colpi di arma da fuoco nell’agguato del 2 marzo scorso, segue di due mesi quello di Salman Taseer, Governatore del Punjab ed esponente del suo stesso partito. Entrambi erano impegnati nella riforma della “legge sulla blasfemia” e nella difesa di Asia Bibi, la contadina protestante e madre di cinque figli condannata a morte per impiccagione il 7 novembre scorso, dopo esser stata accusata di aver offeso il profeta Maometto. I fatti risalgono al 2009: alcune donne volevano impedire ad Asia di prendere dell’acqua da portare alle sue colleghe, tacciandola di impurità ed invitandola ad abiurare il cristianesimo. Al suo rifiuto è seguita una lite verbale e la denuncia. Oggi la Bibi è diventata un simbolo in tutto il mondo delle persecuzioni ai danni delle minoranze. La morte di Bhatti, primo cattolico ad assumere quel ministero, ha inferto un duro colpo alle speranze di giustizia e libertà di Asia Bibi e di tante altre persone che rischiano la vita come lei (Agnes Nuggo è stata imprigionata il 16 febbraio con la stessa imputazione, incolpata da vicini di casa per via di contrasti sulla proprietà di un terreno), accusate arbitrariamente da leggi incivili e discriminatorie utilizzate contro le minoranze e contro i più deboli, le donne soprattutto. Ai funerali del ministro, cristiani e musulmani (il 95% in Pakistan) si sono stretti nella richiesta di rivedere la legge e di combattere l’intolleranza religiosa. Nelle stesse ore, però, un ordigno esploso in una moschea del villaggio di Akbarpura dilaniava nove persone, ferendone altre quaranta. E il giorno precedente il fondamentalismo si accendeva all’interno della stessa comunità musulmana, divisa in varie etnie e confessioni: dieci musulmani sufi venivano uccisi nei pressi di una moschea da attivisti sunniti. All’odio religioso si somma poi la strategia politica dei talebani volta a destabilizzare la regione per assumerne il controllo. Così, pochi giorni dopo questi attentati, un’autobomba sistemata in una stazione di rifornimento del gas ha ucciso trentadue persone a Fisalabad, importante centro industriale del Punjab.
Strategia politica e intolleranza religiosa stanno insanguinando anche l’Egitto, a poche settimane di distanza dalle insurrezioni di piazza che hanno portato alla cacciata di Mubarak. Il primo episodio di fondamentalismo dalla sua capitolazione ha visto la morte del prete copto Daoud Boutros, assassinato nella propria abitazione in un villaggio vicino Assiut, maggior centro egiziano di copti di rito ortodosso, situato nell’Alto Egitto. I copti, circa il 10% della popolazione, in Egitto stanno subendo l’inasprirsi del fanatismo. La notte di Natale, dopo la Messa di mezzanotte, sette persone sono rimaste uccise a causa di scontri avvenuti all’uscita di una chiesa vicino Luxor. Il 2011 invece si è aperto con la strage della notte di Capodanno, quando l’esplosione di un’autobomba fuori dalla chiesa dei Santi, in Alessandria d’Egitto, è costata la vita a ventitre persone. Su quest’ultimo episodio si sospetta la regia di Mubarak che avrebbe ordito la strage per rafforzare il ruolo del suo regime agli occhi dell’Occidente, preoccupato per l’escalation del terrorismo di matrice islamica, contro il quale il dittatore è stato sempre sostenuto dalla Comunità internazionale. L’ombra di Mubarak si intravede anche nei tafferugli che hanno provocato tredici morti e un centinaio di feriti, tra cristiani e musulmani, nel quartiere della Moqattam, a sud del Cairo. Alcuni testimoni hanno raccontato di aver visto sparare agenti delle forze dell’ordine, mentre negli stessi giorni per le vie della capitale si aggiravano uomini in borghese muniti di coltelli e armi da fuoco. L’impressione è che il vecchio regime stia compiendo un ultimo tentativo di destabilizzazione della società egiziana utilizzando i fedelissimi della sciolta polizia segreta, cavalcando le tensioni religiose.
La risposta delle due comunità durante le esequie è stata emblematica: «Copti e musulmani siamo mano nella mano, tutti egiziani». Slogan che riportano alla memoria le recenti manifestazioni di Piazza Tahir dove, al di là del differente credo, tutto il popolo si è schierato compatto per la libertà e per la fine di trent’anni di potere assoluto. Appelli alla tolleranza sono venuti anche dalle due alte sfere clericali. Dopo l’incendio appiccato alla chiesa del villaggio di Sol, a sud del Cairo (episodio all’origine delle violenze della Moqattam, in cui duemila persone hanno manifestato per tre giorni davanti alla sede della tv pubblica), una delegazione della Chiesa copta ha incontrato l’Imam di Al Azhar, Ahmed El Tayyeb, il quale ha condannato con fermezza l’atto dichiarandolo estraneo agli insegnamenti islamici ed esortando i musulmani a ricostruire la chiesa distrutta. Intanto il premier Sharaf continua a rassicurare tutti i fedeli, e l’esercito segue con attenzione le vicende per evitare la denuncia di non proteggere le minoranze.
Il sacrificio del Ministro Bhatti, andato incontro alla morte per difendere i più deboli ed i perseguitati, forse potrà servire a quei milioni di fedeli musulmani e cristiani moderati che, insieme, possono sconfiggere non solo potenti dittatori, ma anche una cultura di estremismo che porta alla morte.
Articolo tratto da: Lavoro Italiano, N. 3 – Marzo 2011.











