
Il 2015 appena concluso è stato avaro di soddisfazioni per i tanti disoccupati presenti nel mondo, e il 2016 non sembra che sia iniziato sotto i migliori auspici. Le economie globali frenano, e questo non fa altro che esasperare una problematica che sta raggiungendo livelli veramente preoccupanti, e che impone rimedi veloci e soprattutto duraturi nel tempo. Le cifre parlano chiare, e sono state messe nero su bianco su un rapporto dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro in seno alle Nazioni Unite).
Il report pone l’accento sul fatto che ci siano ben 197 milioni di persone in cerca di un’occupazione stabile, la cifra non fa altro che porre l’accento, come rispetto all’inizio della crisi (nel lontano 2007) i lavoratori in cerca di occupazione stabile siano cresciuti di oltre 25 milioni di unità in termini assoluti. Anche la previsione per il 2016 purtroppo non è rosea, con una stima che vede un aumento degli inoccupati di oltre 2 milioni di persone, l’aumento se confermato porterebbe i disoccupati su tutta la terra, alla cifra record di quasi 200 milioni di persone.
Sull’innalzamento dei disoccupati, come ci tiene a sottolineare il direttore generale dell’ILO, Guy Ryder, pesa in maniera considerevole la frenata delle economie legate ai cosiddetti paesi emergenti; tale rallentamento unito alla diminuzione dei prezzi delle materie prime, potrebbe avere effetti devastanti a livello mondiale, ed innescare l’ennesima crisi occupazionale globale.
La tendenza analizzata dallo studio pubblicato, fa emergere un’altra importante peculiarità. I paesi industrializzati stanno facendo sforzi immani per riuscire a far diminuire la percentuale di cittadini senza lavoro, tali sforzi hanno fatto scendere la media di disoccupati dal 7.1 % al 6.7%, la diminuzione è però controbilanciata dalla percentuale di lavoratori inoccupati all’interno delle economie emergenti, tale discrasia ha fatto aumentare in termini assoluti i disoccupati a livello mondiale.
Ed è soprattutto questa forte differenza che porta in dote un’altra caratteristica negativa. I lavoratori disoccupati sono pronti ad accettare il cosiddetto lavoro informale; essi in poche parole si accontentano di salari molto bassi e di nessuna protezione sociale, facendolo però innescano un circolo vizioso, esso non fa altro che esasperare il problema disoccupazionale e renderlo se possibile ancora più preoccupante.
La tendenza è confermata anche in Italia, nel nostro paese i disoccupati in termini assoluti sono scesi leggermente (dal 12.7 % al 12.1%) ma le forme di lavoro utilizzate non lasciano prefigurare nulla di buono per il futuro. I lavoratori sono, infatti, inquadrati spesse volte con i cosiddetti modelli lavorativi alternativi, (tempo parziale, contratti a termine o a progetto) essi nel futuro potrebbero non essere confermati nel tanto agognato posto di lavoro, soprattutto a causa della ripresa della congiuntura negativa derivante dalle crisi dei paesi in via di sviluppo. Un rallentamento dell’export o ancora peggio un blocco delle economie dei paesi emergenti, potrebbe ripercuotersi negativamente nel vecchio continente, e di fatto porterebbe all’azzeramento dei miglioramenti a fatica conquistati sotto il profilo occupazionale.
Cosa ancor più preoccupante è che la metà dei disoccupati europei è a rischio povertà, il problema è aggravato nei paesi del bacino del Mediterraneo. Nei paesi dell’Europa settentrionale vige, infatti, un sistema di welfare molto ben strutturato, cosa che manca totalmente in alcuni paesi dell’Europa meridionale (Spagna, Italia, Grecia ad esempio). Questo non fa altro che rendere la risoluzione del cosiddetto “problema lavoro” del tutto indispensabile, il rischio è infatti quello di innescare forti tensioni sociali, con scenari impossibili da prevedere nel breve e medio termine.











