Colombia, è la fine del conflitto

Dal 1964 sono morti migliaia di Colombiani che facevano parte dell’esercito ribelle e dei gruppi armati che combattevano nella foresta, durante quello che viene definite l’ultimo più grande conflitto civile armato in America Latina. Il conflitto è durato mezzo secolo ed è stato disastroso: vengono riportati 260,000 morti, 45,000 persone scomparse e 6.9 milioni di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa.

 

Le Forze Rivoluzionarie Armate Colombiane (FARC) hanno deciso di osservare il cessate il fuoco dalla mezzanotte locale del 28 agosto 2016, sotto ordine del loro leader Timoleon Jimenez direttamente da Cuba, luogo in cui si sono tenuti i negoziati di pace.

 

Dall’altro lato, già in data 25 agosto 2016, il Presidente Colombiano Juan Manuel Santos ha ordinato alle forze armate nazionali di non intervenire militarmente contro le FARC. Le FARC avevano già dichiarato a luglio il cessate il fuoco unilaterale, ma ora entrambe le parti si impegnano a porre fine al conflitto.

 

L’accordo finale verterà sui seguenti punti. In materia rurale, che rappresenta uno dei fattori scatenanti del conflitto colombiano, l’accordo ruota attorno a tre assi: la gestione del territorio, che in Colombia presenta una pessima allocazione produttiva, con una prevalenza di latifondisti; l’ordinamento sociale della proprietà, con l’introduzione di un Catasto Rurale e la creazione di un Fondo che assegni diritti di proprietà ben definiti ai piccoli coltivatori; lo sviluppo rurale orientato al territorio, che si basa su di un piano di fornitura di beni pubblici e meritori, dalle infrastrutture alla messa in sicurezza delle risorse idriche, dall’istruzione ai servizi pubblici.

 

In tema di giustizia, è stata fondamentale la consulenza tanto delle parti internazionali, come di esperti colombiani, dal momento che si tratta del primo caso di accordo sotto l’ombrello del Tribunale Penale Internazionale, che richiede garanzie particolari in presenza di violazioni dei diritti umani. Il Congresso passerà una legge d‘indulto e amnistia particolarmente ampia, ma che esclude qualsiasi violazione protetta dal TPI. 

 

Per quanto riguarda le FARC, il prossimo passo sarà quello di trasformarsi in un “movimento politico legale”. A riguardo, l’accordo prevede un sistema di garanzie per l’agibilità di quest’ultimo (e delle forze di opposizione), per prevenire il ripetersi della tragica storia colombiana di violazioni sistematiche dei diritti umani. Per due legislature, il nuovo partito avrà almeno cinque rappresentanti alla Camera e cinque al Senato, e l’accordo prevede la revisione dello statuto attuale che assegna la personalità giuridica ai partiti solo quando raggiungono un quorum elettorale. 

 

È previsto un rafforzamento degli spazi di partecipazione comunitaria, come le radio locali e i meccanismi cittadini di controllo contro la corruzione. Si crea, inoltre, un sistema di allerta, monitoraggio e intervento che dovrebbe garantire la partecipazione politica soprattutto nei territori.

 

Per trasformarsi in partito politico, la guerriglia dovrà convergere in 31 punti del territorio colombiano specificatamente identificati, dove, sotto la supervisione dell’ONU, dovrà permettere un censimento degli integranti, l’identificazione e la consegna delle armi, avviando così un processo di demobilitazione. Santos ha dichiarato al giornale El Espectador che tutte le guerriglie che si rifiuteranno di disarmarsi, verranno persuasi a farlo con tutti i mezzi possibili dello stato.

 

Le FARC devono abbandonare qualsiasi vincolo con il narcotraffico, in cambio di un’intensificazione della lotta da parte del Governo contro altri attori illegali, come le varie forme di paramilitarismo, che potrebbero cercare di invadere lo spazio lasciato libero dalla guerriglia. L’accordo prevede un cambio nella legislazione che colpisce i consumatori e i piccoli produttori della foglia di coca, per concentrarsi sui vertici del business e sui processi di trasformazione. Per la foglia di coca, il piano include sia la produzione regolata sia la sostituzione volontaria della coltivazione, con l’appoggio Governativo.

 

Finalmente, si crea una Commissione bipartita per l’implementazione e il monitoraggio degli accordi, con una durata potenziale di dieci anni. Anche in questo caso, si individuano attori internazionali, che possano fare le veci di supervisori imparziali dei singoli punti. L’accordo include una tabella che specifica il nome degli incaricati, che vanno dagli USA all’UE, dall’ONU alla Svezia.

 

Con un ragionamento un po’ barocco d’ingegneria giuridica, l’accordo è già stato blindato costituzionalmente, grazie a un’interpretazione secondo cui, trattandosi di diritti umani, sarebbe coperto dalla Convenzione di Ginevra del 1949. Tuttavia, per insistenza del Presidente Santos, il popolo colombiano è chiamato a pronunciarsi il prossimo 2 ottobre, votando Si o No al testo finale. Il meccanismo prende il nome di plebiscito, richiede un quorum minimo ed è formalmente vincolante solo per il Presidente, infatti, la vittoria del si garantirà la legittimità politica necessaria, mentre il no aprirebbe una crisi politica.

 

Jimenez ha dichiarato di voler lavorare con tutti quelli che prima erano sui rivali, considerandoli compatrioti, in modo da lavorare insieme per creare una nuova Colombia.

 

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