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Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Realtà e promesse dei Grandi della Terra

«Gli aiuti allo sviluppo sono non solo un imperativo morale ma un imperativo strategico ed economico», perciò la Comunità Internazionale , ed in particolare i Paesi ricchi, «invece di gestire la povertà deve offrire alle nazioni e ai popoli una strada per uscire dalla povertà». Per questo motivo «gli Stati Uniti cambieranno il modo in cui pianificano gli aiuti e permetteranno uno sviluppo sostenibile invece di perpetuare la dipendenza dei Paesi più poveri: un ciclo che dobbiamo rompere». Così il Presidente Obama ha tuonato sul Vertice delle Nazioni Unite di New York, dove i Capi di Stato e di Governo di tutto il mondo (mancava solo Berlusconi, in sua vece c’era Frattini) si sono riuniti dal 20 al 22 settembre scorso per fare il punto sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM).

I Millennium Development Goals (MDG’s) sono otto obiettivi ambiziosi che 189 Paesi si sono dati nel 2000 per migliorare la situazione sociale, economica e ambientale del nostro pianeta, e ponendosi il 2015 come traguardo per realizzarli (misurandoli tenendo come anno di riferimento il 1990). A distanza di dieci anni, e con cinque ancora davanti, alcuni progressi sono stati fatti ma si è ancora molto lontani dal loro perseguimento.
 
Il Primo Obiettivo recita: sradicare la povertà estrema e la fame. Nel mondo, sono 2 miliardi le persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno e la fame ha raggiunto la cifra record di 1 miliardo e 20 milioni di persone. Secondo il Rapporto delle Nazioni Unite sugli OSM 2010, il tasso di povertà nei PVS è sceso dal 46% del 1990 al 27% del 2005, grazie ai progressi compiuti soprattutto in Cina e nel Sud-est asiatico, e dovrebbe scendere al 15% nel 2015. Però, si stima che nel 2008 circa 633 milioni di lavoratori (il 21.2 per cento del totale dei lavoratori nel mondo), vivevano con meno di 1.25 dollari al giorno a persona; e nel 2009, a causa della crisi economica e finanziaria, questo numero è cresciuto di altri 215 milioni di lavoratori (Global Employment Trends, ILO – International Labour Organization, 2010), di cui 100 milioni nell’Asia del Sud e 28 milioni nell’Africa sub-sahariana. Uno strumento indispensabile per sradicare la povertà e la fame entro il 2015 è stato individuato nel “raggiungimento di un’occupazione piena e produttiva e di un lavoro dignitoso per tutti, inclusi donne e giovani”. Il 7 ottobre scorso si è festeggiata la “Giornata Mondiale per il Lavoro Dignitoso”, un concetto introdotto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL/ILO) nel 1999 e sostenuto da network internazionali, quali Solidar (Federazione di Ong europee di ispirazione sindacale) e la GCAP (Global Coalition Against Poverty) di cui rispettivamente Progetto Sud e la UIL fanno parte. Il Decent Work si basa sui quattro pilastri dell’Agenda del Lavoro Dignitoso: creazione di occupazione; diritti dei lavoratori (libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva, divieto del lavoro forzato e del lavoro minorile, divieto di discriminazione sul posto di lavoro anche per l’accesso al lavoro); protezione sociale; dialogo sociale. L’ILO ha calcolato che nel 2009 i disoccupati a livello globale sono aumentati di 34 milioni rispetto al 2007, toccando quota 212 milioni (6.6%), mentre la disoccupazione giovanile (15-24 anni ) ha raggiunto il 14% (+10.2 milioni sul 2007). Ciò a causa della crisi che sta lasciando circa un miliardo e mezzo di persone (il 50,6% della manodopera mondiale) in condizioni lavorative vulnerabili, con scarsa protezione sociale e diritti ridotti all’osso (12.3 milioni di persone lavorano in condizioni di schiavitù). Un vortice da cui non scappano nemmeno i Paesi delle economie avanzate e dell’Unione europea, con 3 milioni di disoccupati in più nel 2010. Per ritornare ai livelli di disoccupazione antecedenti la crisi sarà necessario creare 300 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi 5 anni.
 
Se il lavoro sta attraversando una fase drammatica, non va meglio nel campo dell’istruzione. Il Secondo Obiettivo (garantire l’educazione primaria universale), infatti, non sarà sicuramente raggiunto. Anche se un lieve miglioramento si è registrato, sono ancora 69 milioni i bambini a non avere accesso all’istruzione (nel 1999 erano ben 106 milioni), di cui la metà nell’Africa sub-sahariana e più di un quarto nell’Asia meridionale. Uno dei problemi maggiori è la mancanza di insegnanti e strutture: nel mondo mancano 4.25 milioni (1 milione solo in Africa) di medici e operatori, oltre a 2.5 milioni di insegnanti.
 
A soffrire maggiormente l’esclusione e la povertà sono come sempre le donne. Così il Terzo ed il Quinto Obiettivo si propongono rispettivamente di “promuovere l’eguaglianza di genere e l’empowerment delle donne” e di “migliorare la salute materna”. Anche qui le differenze sono profonde a seconda delle Regioni esaminate, ma sono due i dati a far riflettere: nei paesi poveri ogni minuto muore una madre di parto e l’80% dei decessi è dovuto a emorragie, infezioni, aborti insicuri e ipertensione; tutte cause evitabili in presenza di adeguati servizi medico-sanitari.
 
Un passo indietro, solo per dire che anche il Quarto Obiettivo del Millennio, ridurre la mortalità infantile di due terzi rispetto al 1990, sarà difficilmente perseguibile. Rispetto a venti anni fa, i bambini che muoiono prima di aver compiuto il quinto anno di età sono passati da 100 a 72 ogni mille nascite. In particolare, dal 1990 il tasso di mortalità si è più che dimezzato in Nord Africa, Asia orientale e occidentale, America Latina e Caraibi, ma rimane tragico in Africa sub-sahariana, dove è addirittura aumentato (dai 4 milioni del 1990 a 4.4 milioni del 2008).
 
I risultati più incoraggianti provengono dal Sesto Obiettivo: combattere Hiv/Aids, Malaria e le altre malattie. Il numero di nuove infezioni per Hiv diminuisce e la distribuzione dei farmaci anti-retrovirali è aumentata sensibilmente (nel 2003 raggiungevano 400 mila persone, nel 2009 più di 5 milioni), ma purtroppo sono ancora troppi i malati nel mondo: 33 milioni (20 nella sola Africa sub-sahariana), di cui quasi 3 milioni muoiono ogni anno. Per la lotta a queste malattie è stato istituito il Fondo Globale per la Lotta contro AIDS, Tubercolosi e Malaria, che ha anche permesso la distribuzione di 104 milioni di zanzariere impregnate con insetticida per la prevenzione antimalarica e che 6 milioni di persone ricevessero un trattamento antitubercolosi. Peccato che, dopo aver promosso il Fondo, l’Italia da due anni non lo finanzi.
 
Aprendo una parentesi sul nostro Paese, bisogna sottolineare che l’Italia è uno dei principali responsabili del fallimento dell’Ottavo Obiettivo: rafforzare una partnership globale per lo sviluppo. Infatti, oltre ad essersi chiamato fuori dall’iniziativa canadese sulla salute materno-infantile, il nostro Governo ha contribuito in maniera decisiva al mancato raggiungimento europeo della quota (0.56% quest’anno, per arrivare allo 0.7% nel 2015) di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) in rapporto al PIL. Le risorse italiane destinate allo sviluppo sono passate dallo 0.22% del PIL del 2008 allo 0.16% del 2009 (- 31%). Per il 2010 si dovrebbe attestare sullo 0.10%/PIL.
 
Assicurare la sostenibilità ambientale è il Settimo Obiettivo che ha raggiunto lo scopo di dimezzare il numero di persone prive di accesso all’acqua potabile in Nord Africa, America Latina e Caraibi, Asia orientale e sud-orientale. Più difficile invece il miglioramento dei servizi igienici di base: nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale, ad esempio, più del 60% della popolazione è costretto a vivere senza. Ancora, sul fronte della biodiversità si rischia seriamente che la perdita di specie aumenti nei prossimi anni.
 
Insomma, il panorama non è molto incoraggiante e non servono a farci sentire meglio le promesse che i “Grandi della Terra” continuano a fare. Certo, è interessante la proposta di Sarkozy (il 12 novembre prossimo la Francia assumerà la presidenza del G20 e il primo gennaio anche quella del G8), appoggiata da Zapatero e portata avanti dalla società civile da oltre dieci anni, di tassare le transazioni finanziarie: tassando dello 0.05% ogni compravendita di titoli e di strumenti finanziari si potrebbe registrare un gettito di 655 miliardi di dollari all’anno da devolvere all’APS. E come non apprezzare l’iniziativa dell’ONU di destinare 40 miliardi di dollari in cinque anni per la salute materno-infantile? Tutti buoni propositi che il più delle volte rimangono tali. Anche durante il G8 de L’Aquila dell’anno scorso si decise di investire 22 miliardi per la sicurezza alimentare; per non parlare dei 50 miliardi all’anno per finanziare la lotta alla povertà che hanno impreziosito il G8 di Gleneagles del 2005. Chi li ha visti? Mentre ogni anno nel mondo si spendono 1 trilione di dollari in difesa (l’Italia è decima in questa speciale classifica, con 37 miliardi $ di spesa in armamenti) e solamente 60 in aiuti allo sviluppo, l’augurio è che la proposta di Sarkozy e le parole di Obama si tramutino finalmente in fatti.

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